autocelebrazione letteraria di me stesso, sborone da sempre...
Chi l'avrebbe mai detto? Mi ricordo quelle interminabili serie di tornanti sulla via della montagna, papà che guidava sbuffando e io che imponevo l'ascolto degli 883. Faceva un freddo boia fuori e io mi tenevo i piedi fra le mani stringendo le calze. Alcune strofe le cantavo senza capire bene che volessero dire. Non pensavo che capire cosa significassero mi sarebbe pesato così (ma l'estate finiva più nature, vent'anni fa o giù di lì...)...oggi è un giorno di quelli che rimpiango i tempi in cui cantavo senza capire. Nemmeno fossero cose così criptiche e illuminanti. Solo non c'ero dentro. Adesso sì. Si fa attuale e non mi piace granchè. E intanto mi sono fatto criptico io. Che non si sa mai. C'era quella foto di io a quattro anni, sempre in montagna, che mangio i chifeletti una domenica sera come altre, con i puffi in televisione e quelle sigle rimaste in un angolo della testa. Non m'è rimasto granchè, solo i chifeletti le domeniche che torno a trieste e i puffi alle sette di mattina, quando però la tivù è spenta, che dormo in una doppia e non è il caso di disturbare...chi mai lo troverà quel così bel villaggio dove stanno i puffi? Nessuno sa dov'è e devi scoprirlo da te.
Questo è il guaio. E ognuno se lo cerca a modo suo. Anzi, il guaio è quando pensi che lo stavi cercando allo stesso modo, e invece no. Gli 883 l'han capito a cavallo di "Nord Sud Ovest Est", "non ci spezziamo", "gli anni" e qualcos altro ancora che non mi ricordo più...e ironia della sorte ora non ci son più...Pezzali a fare canzoni sepre uguali e Repetto, dicono, mascherato da Pluto a EuroDisney.
E intanto nella foresta c'è un così bel villaggio, io non so dov'è...e devo scoprirlo da me...
Che voglia di fermarsi per un attimo e respirare, inspirare, respirare, inspirare. Lasciare che solo per un momento si perdano le tracce di ogni cosa, sparire senza il rammarico di doversi far trovare. Silenziosamente nel verde di una gita carsica in primavera, attenzione alle zecche e nulla più. Un piccolo desiderio di non dover avere più a che fare con le preoccupazioni, le piccole ansie, gli obiettivi prefissati da altri, ma anche da te. Zitto a guardare, sentire il vento che ti sfila a fianco e le foglie che lo lasciano passare senza protesta. Fingere che il gioco sia bello così, che non ci siano sempre nuove regole. Un solo simpatico momento di sole e aria tersa e frescolina, le nuvole nel cielo che passeggiano e un aereo che va. Serenamente fermi a guardare il panorama, nella testa poche parole di coraggio e di fiducia. La consapevolezza che tanto il peggio è passato, che si è fatto finta, ora si comincia per davvero, e non c'è più nulla su cui versare lacrime, delusioni e incomprensioni. Solo la vista del golfo, un albero su cui arrampicare e una collina d'erba per giocarci un po'.
Sarebbe una pacchia.
Sottofondo impercettibile del fragore delle onde, l'ultimo sorso di birra nel tuo bicchiere, luci e suoni della discoteca sulla spiaggia, qualche brivido sulla pelle mentre le stelle più timide cadono in santa pace, coperte dalle nuvole minacciose d'agosto.
E mentre altre nuvole, più usuali, coprivano un altro cielo un po' più in là c'eravamo litigati l'estate, quella che poi, invece, ci siamo promessi d'aspettare assieme.
Un autogrill alla fine della notte, una colazione prima di andare stancamente a dormire. La ciambella, il caffè amaro e il sonno prima di chiederti "per piacere, guida tu, che non ce la faccio".
E poi saper scegliere ogni volta giusto, fra il tuo sorriso e le lenzuola.
Ultime ore di sonno di oggi prima di andare in stazione. Passarti una telefonata che era per me, come non era mai capitato.
Quelle parole che mi accarezzano le paure...e il treno che poi ti porta via.
Poi, presto, verrò a prenderti, a prendermi quell'inverno, che stavolta ci siamo promessi senza litigare.
Buonanotte...e raccontami cosa sognerai, fuori dalle mie braccia.
Chissà se capirò mai bene come si fa. Volevo dire una cosa, poi un'altra, poi quella di prima e poi un'altra ancora. A volte è bene lasciar andare le cose per non fissarcisi su, nel bene e nel male. Avevo le migliori intenzioni. Le peggiori in assoluto. Le migliori. L'altra sera per un attimo m'è sembrato che lassù non ci fosse un tappo. Come si fa a spiegare...? L'altra sera, fra birra e granita, è stato come se per un momento il cielo non fosse come quando sei sott'acqua e vedi che stai per emergere. C'era il cielo con le sue poche stelle e il suo inquinamento visivo. C'era quel cielo di Milano che già qualche volta avevo notato blu notte e striato di qualcosa di speciale che...boh...qualcuno chiama primavera e qualcuno "chissà". C'era quel cielo che mi sembrava che non fosse poi più di tanto un limite. Cioè...c'era quel cielo, ieri sera, che mi pareva che non fosse un tappo. Che potevo salirci su, in quel blu di piombo. Che ci stavo già volando sù, con la fontana a fianco e una musica greca di sottofondo suonata ai piedi del castello. Ed è stato strano. Come una forza di gravità al contrario. Boh. Avevo le peggiori migliori intenzioni, oggi, che è già diventato anche lui ieri, come ieri. Ho visto certa gente che ha vissuto sotto il cielo della mia piccola città negli ultimi anni proprio come me. Solo che loro han fatto passare cinque anni, io, evidentemente, un po' meno. Senza rate, mutui, assegni da incassare, indennità e ferie da richiedere. Io un po' meno. Io incasinato. Io ho fatto l'autostop. Loro il telepass. Avevo pessime intenzioni. Su una sdraio sbilenca guardavo di nuovo il cielo...con te lontana mi si stava ritappando un po'. A volte la felicità ti sfiora appena e poi se ne va'...fortuna che mentre loro fanno le loro corse su questa strana autostrada della vita si distraggono e posso mangiare in pace le salsicce. Pregi dell'autostoppista. E a un certo punto non c'entrava molto un bambino all'assemblea di confindustria. Eppure prima o poi per fortuna ti scappa la pipì, ti metti in riva al mare e scopri che qualcun altro ci sguazza un po' come te. Una squallida musica dalla discoteca all'aperto, ognuno con i suoi dubbi in testa...e il mare.
Nuotare nudo alle due di notte...guardare in sù...non so se quel blu cielo fosse sempre lo stesso, qui era puntellato di buchi bianco stella. Mi sono messo steso sull'acqua a spiare da quei buchi...e da quelle serrature nel cielo ho visto che il tappo sarebbe saltato di nuovo sù...
Si spalancherà prima o poi sto cielo...e farà giro d'aria.
Chissà perchè uno deve perdersi in complicazioni quando è tutto così semplice, come un biscotto della Mulino Bianco da inzuppare nel caffèlatte. E' solo una questione di tecnica. Non tenerlo troppo dentro sennò si rompe e lo devi ripescare con il cucchiaino, ma nemmeno troppo poco, sennò non è la stessa cosa. Una volta che hai imparato il giusto sei a cavallo e ti godi i rigoli o le macine ed è una festa. Io ho imparato la tempistica in una domenica di primavera del 1995. Avevo dodici anni, c'ho messo un po', me ne rendo conto, ma il risultato m'ha appagato mica poco. Soprattutto durante certe colazioni d'estate, fatte magari su un tavolo all'aperto da dove si intuisce l'orizzonte del mare fra i profumi che facevano quasi girare la testa in quella sperduta macchia di case di quel paesino dell'Isola d'Elba. O magari quelle colazioni a Grado Pineta con quell'inconfondibile sottofondo di uccellini che fanno il loro lavoro di gola. E' stato come imparare a "tocciare" come diciamo a Trieste, il biscotto. Prendere d'infilata via Zanoia, svoltare in via Orcagna e intravvedere una sagoma infreddolita che fa le bolle di sapone. Nè troppo, nè troppo poco. Capire qual è il giusto, ogni volta...come con i semafori che prendo sempre verdi e quelli che prendo sempre rossi. E stare in silenzio ad ascoltare quelle parole che volano sulle lenzuola blu nella penombra della camera. E mettersi buoni a mescolare il buonumore con tutte le mie piccole paure che diventano manie ed ossessioni. E chiedere scusa e sentirsi dire grazie. C'ho messo dodici anni ad imparare a gustarmi un pacco di biscotti, riprovando ogni domenica pomeriggio davanti ai cartoni animati sul tavolo della cucina. E' solo una questione di tempo, in fin dei conti. E questo lo sapevo dall'inizio. Chissà quanto ci metterò questa volta, forse molto meno finchè continuerai ad avere pazienza. Magari sarà un'altra domenica di primavera. Magari senza i cartoni animati, solo con gli uccellini e degli odori, che poi non dimenticherò più.
Non la posso citare quella frase. Sarebbe sleale. Certo però che mi suona in testa quella parola..."stai tranquillo". Che teneri. Un'invidia senza senso.
E mi ricordo quella volta che gli chiese di ammazzare, perpiacere, quel ragno che si stava arrampicando sui nostri teli a Grignano e io m'ero completamente paralizzato e mi accodavo alla richiesta. E pazienza se la partita a carte era andata a monte, che tanto non mi ha mai battutto, e mai mi batterà. Passerà a prenderla con l'auto non appena troverà un momento libero, lei gli dirà di salire un attimo. Lì c'è sempre parcheggio, tanto.
Io immagino e invento, ma mi piace sapere che sia un po' vero, un po' così.
Sarà invitato a cena, roba da fare a gara con tutti gli inviti che mi guadagno io. Poi saluteranno e andranno a passeggiare chissà dove. Io andrei al mare. Magari proprio a Grignano, infestata di ragni...qui c'è il parcheggio e l'invito a cena. Mi manca solo il mare.
necessito di una pausa. chi non necessita di una pausa? forse anche l'ulisse di joyce s'è preso una pausa dai pensieri. per cui se l'ha fatto lui perchè non io? per cui facciamo che non ci penso, così mi sembra tutto ovvio. come quella frase che diceva "quando smetti d'attendere arriva tutto". che un po' è vera, ma è pure logico che se non aspetto una cosa arriva, cioè...non ci faccio caso che arriva, perchè non l'aspettavo. è chiaro che a quest'ora da qualche parte arriva un treno, ma se non l'aspetto che mi frega che sia arrivato? ma forse non voleva dire questo. sono un po' confuso. qualche panzerotto di troppo. anzi, li riconto mentalmente. direi 9 P di T. e intanto presto sono 3 M A, e sono contento perchè boh, chi se lo sarebbe aspettato 4 M F? eppure a volte capitano anche cose come queste. e mi sembra quasi di star là a dire a qualcuno "scusi, non è che c'è un errore? davvero merito così tanto?"...forse per ste cose non c'è meritocrazia. forse m'ha raccomandato qualcuno, ma no...non c'è gusto nei sogni a non sognare il meglio. perchè è innegabilmente o il meglio o un sogno. o tutt'è due? boh, non so nemmeno a cosa mi riferisco. 21. non mi schiodo da lì. beh, 21 come il numero di zidane, non è poi così male. vabbè...2 G e C R...8 C T e N è V. e speriamo che ci si arrivi presto a sabato prossimo, và.
chi si accontenta si accontenta, chi gode gode...
e si che per quanto mi ci metta a cercare di tirar fuori qualcosa di decente dal nulla non mi viene.
sarà che scrivere è un piccolo big bang.
eppure qualcosa prima doveva pur esserci se niente viene dal nulla, e quindi da qualche parte veniva.
e intanto nella foresta continuano a cadere alberi senza che nessuno sappia di preciso che rumore facciano.
ma su questo mi ci dovrei fissare meno.
resta il fatto che di qui non se ne esce e di decente non mi viene proprio niente.
ma mi consola che il periodo dell'appanamento totale è finito.
sarà per quel dizionario con le parole che escono da sole.
sarà che le parole son uscite quando non pensavo di esserne capace. sarà che han fatto tutto da sole e si son messe in fila come dovevano.
sarà...?
e intanto io resto qua. il mondo lo guardo da un oblò, poi guardo le nuvole lassù, e insieme a te, mia dolce venere di rimmel, non ci sto più.
se ti ricordi le regole del poker, per come ho provato a spiegartele in una sera di zanzare a vaniglia beach, allora prova a giocarti quei quattro assi come ti pare.
fai attenzione a una cosa.
se son d'un colore solo, probabilmente, c'è qualcosa che non quadra. proprio come quando fuori piove.
Chissà perchè è vero che di notte le parole scorrono più lente. Chissà a che ora si mettevano a scrivere Pavese, Calvino, Kafka, Conrad o Dumas. Chissà che facevi 7 anni fa a quest'ora. Ma sì, suppongo che tu dormissi. Chissà che me ne faccio di cinque monete buttate sul tavolo per il margarita di stasera. Chissà, chissà...chissà che sogni stai facendo sul tuo lettino con tua sorella nella tua vestaglia celeste. Chissà. Magari ci sono anche io. Chissà. Ci son stato, mi sa, più volte di quante pensassi. E mi viene nostalgia. Mi fa rabbia essere arrivato così tardi. Ma chissà, magari, anzi, sicuramente, è meglio così. Non perchè tardi sia meglio che mai, ma perchè prima sarebbe stato troppo presto. Punto e basta. Tu con la tua vita, io con la mia. E nessun confronto a mettersi di mezzo. Io e te. Stop. E chissà cosa capitava a mescolarle prima del dovuto. Che poi magari anche adesso è prima, ma chissà, che chi vivrà vedrà e allora stiamo a vedere. Certo però la nostalgia delle cose che non hai vissuto è tremenda. Certe cose forse è meglio non saperle, eppure è così morbosa la curiosità, fino al masochismo. Certo mi sarei innamorato lo stesso, mi sa. Ma non dovrei voltare la testa così. Invece non posso far altro che immaginare. Come quando guardo la foto che c'hai in cucina con la bandana in testa e l'apparecchio per i denti. E mi sparo dei viaggi che nemmeno t'immagini. Starei lì a far finta di sapere tutto per ore. Sinceramente sereno, come se fossi con te in quella foto sulla spiaggia di chissà dove, sinceramente curioso di sapere anche più di quanto mi spetta. Sinceramente chissà se sarebbe andata così. E allora non rimpiango quel che non è stato perchè a volerla dire tutta così sono già felice. Ma non posso fare a meno di tuffarmi in un mare che non conosco senza godere del suo fresco, del suo sale, dei suoi fondali, del suo panorama...e poi chi se ne importa. Basterebbe pensare di meno e tuffarsi di più. Proprio come quella volta sotto a un letto a castello a farsi fregare le lenzuola. Avanti, indietro, quel che mi vorrai dire, quel che vorrò immaginare...e boh. Tre anni. Quando ci penso mi sale su un sorriso che non so nemmeno descrivere. E mentre penso a ste cose...sì...ho quel sorriso. Non lo sapevo di esserci...e invece.
Come quella sera con il mio amico che m'hai scritto senza che me l'aspettassi. Poco importa con chi eri...poco importa. C'ero. C'eri.
Che storia.
Sicuramente si metteranno a sbirciare fra le dita e la curvatura dell'albero che farà da tana mentre contano fino a chissà quanto prima di inizare a cercare. Ma non mi lamento, lo facevo pure io, non tanto perchè volessi vederli, quanto per fare il furbo. Mica si barava per vincere, ma per il gusto di sentirsi furbi a non farsi sgamare, o qualcosa di simile. Sì insomma, se barando vedevo non c'era nemmeno gusto. Ma questo mi sa che non c'azzecca molto. Il cercatore conterà e io ti prenderò per mano e ti mostrerò un nascondiglio che a prima vista mi sembrerà geniale. E si eh...geniale! Tu magari mi cercherai di convincere del contrario, dirai che forse quel cespuglio è meglio, o magari ancor meglio dietro qualche auto parcheggiata. Ma io insisterò perchè son testardo...e perchè non esiste che una femmina giochi a nascondino meglio di me. Per cui zitta e mosca, mettiti giù e non aprire bocca, che ha detto che arriva e non deve assolutamente sentirci mentre siamo qui. E mentre chi cerca guarda incerto qui e là tenendosi sempre l'albero alle spalle per non perderlo di vista io ti caccerò giù la testa, che magari vede un ciuffo una molletta o chissà cosa e siamo fregati. Anzi, lasciamo che vada in avanscoperta, anzi, facciamo che ti spingo e ti vede e poi dopo io faccio "tanaliberatutti!"...ma come non ci stai? No dai, non litighiamo sennò facciamo casino e ci conta...ecco, visto, ce la siamo cercata, viene verso di noi...al tre ti alzi e corri...ok?
E' un rischio...lo so, un rischio incredibile come tutti i rischi che richiede una partita a...nascondino, che dici, lo vuoi prendere o vuoi finire a contare? Convinta? Si eh? (si nè?)
Perfetto...e allora siamo d'accordo...
Uno...due...tre!
"Tana per noi!"
L'abbiamo proprio fregato...eh eh...
E vai...!
Mi ricordo ancora tutte le parole che si son dette per tutto il vallone di Gorizia tornando verso casa. Me le ricordo ad una ad una, come le curve della strada e le domanda su San Martino del Carso. Me le ricordo e non mi ricordo perchè mi sian venute in mente. Comunque dopodomani è primavera, per finta. Una rondine non fa primavera, ok, ma dicon pure che la notte porti consiglio, e mica è sempre vero. Per cui dopodomani per me sarà primavera perchè ci sarà il mare. E se trovo qualcuno che mi accompagni andrò pure a Grado in pellegrinaggio. Se non trovo nessuno farò finta, che mi costa, e quasi quasi c'andrò lo stesso. Fintanto che c'è vita c'è pure speranza. E la vita c'è. Ok, ma la rondine che non fa primavera? E allora faremo finta che ci sian sia vita che speranza, che poi poco importa se ci son davvero o per finta, perchè se lo decido ci sono, e stop. Così a Grado mi sentirò di nuovo piccolo e sereno come mi sento solo lì. Come quella volta che ci son andato d'inverno e la bora soffiava sul grattacielo a vela del lungomare. Come quella pasquetta democratica in cui s'è fatto tutto quel che volevan tutti e s'è passati dal mare alla montagna, dal sole alla pioggia alla nebbia sulla spiaggia con la bassa marea che ho pensato che forse, per davvero o per finta, qualcosa c'è pure di là. E saran rumori del mare senza che si faccia vedere e tracce di granchi e brividi d'umidità. Farò finta che sia così, farò finta che sia già primavera e che sia anche già autunno...farò finta che sia già passato un secolo da quando son andato via e farò finta che torno a casa domani. E farò finta di sapere qual è casa e qual è domani. Farò finta di non saperlo e mi prenderò pure in giro...che tanto Cartesio a me mi fa una pippa.
Le strisce degli aereoplani si incrociano nel cielo celeste alle spalle della Madonnina e intanto Vasco mi canta nelle orecchie Albachiara, il solito orologio-termometro della Teorema dice che ci sono undici gradi, eppure c'è un sole che mi pare primavera. Passeggiando verso la Statale continuo a non rendermi conto di vivere a Milano. Certo Trieste sarà sempre casa mia, eppure questa città non mi dispiace mica. Non dico che mi ci sento a casa ma...certo a Trieste il vialone con le luci si chiama Via Carducci e dopo cinque minuti già l'hai percorso tutto, semafori e onda verde permettendo. Viale Certosa non finisce mai, e sopratutto non finisce dove pensavo io, al ritorno da una serata di piccole confessioni...le luci della città mi confondo e disegnano sui miei pensieri che si perdono, come la mia puntoblu. Corso Sempione e deviazione. Seguire le indicazioni per Linate potrebbe portare bene. E intanto fortuna che ho Vecchioni nell'autoradio e 20 euro da mettere nell'automatico di un distributore che mi compare provvidenzialmente in una zona della città che già oggi non saprei nemmeno dire dove fosse. La grande città che m'ha addottato ogni tanto mi fa di questi scherzi. Come il lavaggio strade del giovedì notte che mi costringe a parcheggiare in culo ai lupi...e correre fino a casa per evitare di gelare...che tanto poi il riscaldamento dell'auto mica funziona, per cui dentro o fuori poco cambia. E intanto i miei pensieri guardano le luci. C'è una parola che ho timore a pronunciare. Ti dicono che non è possibile se non ogni tanto e a piccole dosi...forse perchè da dipendenza. Ora che ci penso forse sono due, ma vabbè, è un po' la stessa cosa. E intanto mi faccio anche un tuffo nella coscienza. Ripenso a quella mia lezione tenuta su Calvino al seminario a Trieste...altri tempi. Perdo il filo, perdo la strada, forse non perderò punti, quantomeno sulla patente. Lei è contenta, il radiatore no; lui mi odia proprio.
Pazienza.
mi viene spontaneo, che ci posso fare?via Dante, e una stella accesa nel cielo blu scurissimo della notte di questa grande città che mi ha preso in braccio anche se mi dimenavo e piangevo. e ora non mi dimeno più e piagnucolo poco. chilometri sotto le scarpe e una porta con dietro un appartamento che già chiamo casa...
Non lo dire.
E non lo dico.
E c'è quella parola che ronza in testa e non si può dire. Ci devi girare intorno, come meglio ti viene.
Sembra facile, ma quante volte poi ti scappa e...pazienza.
Scappa come un ciuffo d'arancione impigliato negli strap della mia giacca a vento o come una battuta di Rat Man appena da spiegare. Scappa, come una zuppa di ceci dal sapore incerto con o senza oglio che sia. Scappa come ci scappano ormai i tè coi biscotti offerti ad ogni ora, dirompente novità di questa mia, scusate la rima, milanesità. Scappa come la Bora che chissà da chi scappa, fattosta che mi dicono che ieri scappasse veloce, che c'avevan paura rompesse le finestre e così non l'avevan vista mai. E io me la son persa, e chissà perchè non mi dispiace nemmeno un po'. Scappa come me dal controllore delle FS che sale a Monza mentre io scendo ad Arcore con la coscienza sporca, ma il portafogli ancora in tasca. Intanto le case si riempiono di presepi e io comincio a riempirmi di regali.
E in tutto questo continuo a non poter dire quella parola che mi scappa come uno starnuto in primavera. Poco male, farò scorta di fazzoletti. Ma il pacchetto non è sempre a portata di mano. E prima o poi te la starnuterò addosso. Grazie.
Ecco. M'è scappato.
Salute.
Grazie.
Date che per me non han nessun significato riempiono fogli, cortecce e ricordi di persone che per me non hanno nome nè cognome. Volti affacciati alle finestre e busti sui terrazzi di casa che non fanno altro che incuriosirmi quando han le luci accese ad ore in cui penseresti che normalmente la gente dorme. Suonerie di telefoni dimenticati negli zaini di bagnanti distesi sul mio stesso marciapiede in una qualunque giornata di luglio a Barcola, a prendere il sole e riempirsi di salso, e chissà chi è dall'altra parte che compone e lascia squillare speranzoso d'una risposta che forse arriva, ma forse anche no. L'aria condizionata delle utilitarie più nuove che fa tenere i finestrini alzati così che non si senta nulla delle chiacchiere di una coppia di ragazze che forse spettegolano di altre ragazze che forse stanno in un'altra utilitaria con i vetri tirati su e l'aria condizionata al massimo sulle loro magliettine che lasciano uscire fuori i laccetti dei costumi da bagno appena cambiati. Gruppi di ragazzi stesi su un muretto a cercare di indovinare i nomi delle costellazioni con gli occhi in su a schermo di una malinconia indicibile per un'altra serata che forse avrebbero preferito passare con ben altra compagnia. Coppie di fidanzati tenute assieme da abitudini e paure troppo grandi per sciogliersi con la sincerità finiscono ad annoiarsi vicendevolmente davanti a una vetrina di un negozietto in riva al mare ai primi giorni di saldi estivi oppure sulla rete verde che segna l'ingresso ad un campetto di calcio in terra o, se va di lusso, in sintetico. Bagliori e luci dal mare puntellato da barchette e navi da crociera coi suoi intontiti vacanzieri. I vecchi e i bambini dei ricordi di mia nonna che usciti dalla sua vita chissà dove possono essere finiti. Gli amici degli amici miei conosciuti solo nei racconti o fermi in posa nelle foto. Una canzone già sentita che esce fuori dal terzo piano di un palazzo e lei che s'affaccia coi capelli biondi ricci, già spiata un migliaio di volte, ma sempre per caso. La serranda della panetteria di San Luigi con appesa la scritta "chiuso per ferie", che chissà dove sarà andato in ferie il panettiere. La maternità del Burlo pienissima, e poi mi parlano di crisi di natalità, e i papà, sopratutto quelli inediti, commossi e beati stanno dietro al vetro, come se fosse un acquario. I bus arancioni che vanno in periferia un po' più vuoti del solito e un gruppetto di amiche sedute scomodamente sul cemento scomposto di una discesa ad aspettare l'autobus in direzione centro, con chissà quali pensieri in testa, vestite come se dovessero far innamorare. Il cortile dell'università angoscioso gioco di caldo e ombra, vuoto, con le porte spalancate a fare il giro d'aria e i primi avvisi di chi cerca e di chi piazza letti e stanze per dormire. Il citofono dei vicini che suona a vuoto mentre il postino in sella al suo al suo destrerio consegna fogli e segreti...e chissà come fa a non impazzire, con tutti quei segreti fra le mani.
Ma a maggio vedrai, non mi sposerai. Semplicemente perchè non ci sei, Luna, col punto esclamativo, come la dice mister Gianni Togni. Che mi sorge il dubbio che faccia parte del mitico circo Togni. L'ultima volta che sono andato al circo dovevo essere uno scriciolo cicciottello che aveva paura dei clown. La prima volta che sono andato allo zoo dopo aver visto i leoni mi son talmente impaurito che ho chiesto se per caso lì avessero le galline. C'erano. Sia lodato lo zoo di Milano. Certo che il mio zoo preferito, quello che resterà nel cuore, sarà sempre la rete con dentro le galline della signora G. a Caresana. Quel posto misterioso per me. Il mistero di un bimbo di 4 anni. Perchè stanno guardando i cartoni animati in un'altra lingua, mi chiedevo io? Ma alla fine contavano le immagini e non ci facevo molto caso se dicevano "matimoje", o come si scrive, piuttosto che "mamma mia". C'erano i conigli e la Stella della Senna che parlava in sto modo buffo e incomprensibili. E la nipotina bionda mi sembrava già carina. Non come Eva a Grado quella volta al circo. Avevo persino pensato di scappare con lei a Venezia per dar da mangiare ai piccioni in piazza San Marco. E poi corrergli dietro. Che bastardo. Però mi ricordo che una volta l'abbiamo invitata a pranzo dai nonni, lì a Pineta, e lei s'era mangiata una mela. Eva che mangia la mela. Fortuna che non facevo già catechismo e non conoscevo le vecchie suore nere che con che fede poi, in effetti, mi han dato il senso di peccato (...e di espiazione.). Suor chissà come si chiamava, che perchè non facessimo casino a catechismo, qualche anno dopo, aveva ordinato che ci sedessimo alternati un maschio e una femmina. Come cambiano le morali. I figli crescono e le mamme invecchiano. C'è poco da fare. E d'estate papà rimproverava il nonno perchè mi dava mille lire più del previsto da buttar via in una sala giochi dove c'era sempre il bulletto che diceva, ti aiuto, qui è difficile, te lo faccio io, e ti fotteva il gioco. Ma una volta uno di sti bulletti mi si è inserito durante una partita di Double Dragon, e alla fine, nello sconto finale, l'ho battuto, e c'è rimasto di merda. Chissà che figura gli ho fatto fare coi suoi amici, a ripensarci.
Poco importa. A Pineta la sala giochi c'è ancora, anche se la pizzeria sul mare ha chiuso. Eva forse bazzica ancora da quelle parti. A Caresana ormai la signora G è troppo anziana per badare alle galline. E la ragazza bionda chissà che fa. Lo zoo a Milano ha chiuso.
Io oggi faccio una cosa.
Poi mi piacerebbe andare a giocare con le galline.
l'Inter vince la coppa Italia,
e molte cose stanno cambiando...
Le navi dei pescatori sono allineate. Cioè, lo dici te che sono allineate, perchè le loro luci le allinea il buio adagiandole a caso sulla linea dell'orizzonte.
I sassi continuano a saltellare sulle onde della primavera con la giacca a vento che non so più quando portarmela e quando no. Loro saltano come sempre, come quando me l'han insegnato che i sassi saltano sugli specchi d'acqua se tu dai il taglio giusto al lancio. E anche se non son lisci, ma strattoni forte, qualche saltello te lo fanno lo stesso, che li illuminino le barche al largo o qualche filtro di raggio di luna che poca importa. Loro saltano e io sto nella mia giacca a vento di una primavera che presto andrà in pensione senza aver davvero lavorato. Nonna dice che ai suoi tempi la primavera c'era per davvero. Però c'era pure l'Italia dall'altra parte del confine e ora invece dalla spiaggetta dopo la pineta si vedono due stati che pure quando ero piccolo io erano ancora uno solo. Non ci saran più le mezze stagioni, ma la Slovenia sta in Europa e la Croazia, dodici centimetri di orizzonte incerto nel buio più in giù invece no. I pattini li han rimessi a posto dopo la bonaccia che aveva scompigliato mezzo molo "G". La luna rossa così bassa s'appoggia quasi sulla cima di Miramare, che il castello sembra quasi diventare una moschea.
Le due e mezza di notte e le onde che cominciano dove finiscono le altre; a incuriosire quelli come il tale che voleva scrivere il libro sui limiti. Il mio oceanomare comunque è sotto i miei occhi fra sassolini, sabbia e odore di fritto dei locali ancora aperti.
Potrebbe non chiudere. Come sta notte. Solo sassi che si strusciano saltando sulle onde. Come pensieri che cercano di spingersi in là, verso le luci che fanno i pescatori, al largo di Grado, di Monfalcone, di Umago...e dell'orizzonte che poi...chissà.
chissà se Grande Puffo aveva vinto le primarie di Pufflandia oppure era davvero la parodia del dittatore proletario che tanti paranoici immaginano. Certo è che il suo incarico sembra così fuori dal tempo, come Semola e Doremì o come caspita si chiamavano quei due amici dei puffi che poi chissà che fine fanno. E chissà perchè Gargamella non da in appalto a Bue Grasso la restrutturazione della sua catapecchia. Che poi mica ho capito se i puffi li voleva convertire in oro oppure no. Comunque a me Gargamella stava simpatico perchè aveva la pettinatura di papà. E visto che all'epoca vedevo quasi più spesso Gargamella mi ci affezionavo quasi un po'. Però mi stava sulle balle il gatto. Forse se mi son fatto mille paranoie sul sesso, le ragazze e tutte ste puttanate da adolescenti è stato per colpa di Pufflandia e dintorni. Forse perchè un giorno m'han detto che Vanitoso era maschio e le mie certezze avevan vacillato. Come quando con Nonno Puffo è comparso Baby Puffo, e non si sa bene da dove. Ma si sa che i puffi son così, son strani ometti blu...e PUFFAN su per giù, due mele...o poco più.
e intanto però vivevan via da qui, nell'incantata città, mica bastardo posto che appena nato lo comprese o fu il fato che in due mesi...lo spinse via.
ma chi? puffo tarzan o guccini? guarda te quanti dubbi lasciati aperti.
come la volta che m'han promesso che mi portavan a vedere il live di Cristina D'Avena e invece non mi ci han portato più. Cristina D'Avena è rimasta sempre uguale. Io no.
E intanto ho trovato una ragazza con cui ballare il valzer del moscerino. Zumpappà zumpappà zumpa pa-pà questo è il valzer che fa lallllalllà.
Intanto i puffi, sempre loro, han aperto le frontiere anche al cane che girava per le loro puff case.
E la figlia degli amici dei miei c'aveva un sacco di casette a forma di fungo e a me portavan i parenti poveri dei puffi, gli snorky. Così ho dovuto aspettare un interrogazione di biologia per scoprire sulla mia pelle che in realtà i cavallucci marini son bestioline mignon, dunque gli Snorky eran delle insignificanti macchiette fantasiose di plancton con una proboscide fallica. Le prime teste di cazzo della storia della televisione commerciale.
E io ero lì davanti a crescere con Uan Ambrogio e gli stacchi di Bim Bum Bam. Oggi si cresce con la voce guida della pubblicità.
Ma i puffi? I puffi son sempre in festa e rallegrano la foresta...ed ora quest'allegria è già dentro di te.
Puffi di qua. Puffi di là...loro ti vedono sai.
Ah si? Mi vedete?
E che cazzo c'è da vedere? Chi vi manda? Il KGB?
Sarete mica gli osservatori della squadra delle 7Even Fighters dove gioca la cugina di Mimì che con le mani faceva gli uragani, che avrebbero spaventato persino Pegasus, Goku e Ranma 1/2?
Che poi sto Ranma, poteva degnarsi anche di venire per intero. E non mi dite che i cartoni non han spirito di sacrificio che il giapponese medio Holliver Atton (si scriverà così?) sta ancora correndo su e giù per il Giappone per finire un contropiede per fare gol a Benji Price che s'allena a parare rigori che tanto non tirano mai? Ma su smettiamola con questi luoghi comuni (e nel caso dei puffi anche comunisti). Eleviamoci un minimo. Che sulla cima dell'Olimpo c'è una magica città e nonostante questa a Storia Greca ho preso 22 perchè mica era vero che Zeus a Pollon le aveva regalato un salvadanaio per farla diventare dea.
Però il Tulipano Nero corre su e giù lungo la senna mentre Lady Oscar alla fine si schiera dalla parte di Antonietta che aveva perso la testa per lei...e solo per questo avrei anche meritato quella cazzo di sesta lode all'esame di storia della francia...ma si cresce anche di questo, senza necessariamente passare le giornate fra un mega tiro a canestro e un film di spike lee.
ma forse ho perso il filo del discorso.
e sandy dai mille colori non lo sa che vorrei un suo disegno.
che strano trovare certi post, leggerli...
e sentire che hanno tutto un altro peso.
dentro alle parole metti un senso.
poi le rileggi e ce ne trovi mille altri.
a volte è proprio un gioco ironico, rileggersi.
che strana sensazione.
Un giorno qualunque della tua vita, potrebbero chiederti un giorno di descriverlo. Io un giorno qualunque non ce l’ho perché li ho disseminati tutti di imprevisti. Credo.
Credo che il cinque luglio vada bene come giorno qualunque. Non perché sia uguale agli altri, ma neppure perché sia tanto diverso da una “media”.
Un telefono a rotella color crema non si trova più, se non in uno sgabuzzino d’una casa disabitata. E quando suona vibra come un moderno cellulare. I tempi si rincorrono e il vecchio diventa antico. Lo scarto diventa oggetto da collezione. I canarini in terrazzo non possono stare vicini a una pianta, che se si mangian quelle foglie muoiono, si raccomanda mia madre, senza ch’io ricordi quale.
Chissà di quel bosco enorme dove sta, che le passa per la testa ad Anna con cui non parlo da più o meno dieci anni. S’arrampica ancora su un albero, se mai l’ha fatto? Avrà in testa che fare stasera o dove andare all’università? Presumibilmente, l’ultima volta che l’ho vista aveva uno zaino, doveva andare alle superiori. Chissà dove e quando un esistenza si separa da un’altra. Chissà dove e quando s’incontra. Conosco meglio Parigi del bosco che vedo dalla finestra. Fino a un altro giorno qualunque come oggi un roulotte stava di fronte all’ ex pagliaio che sette otto anni fa era considerato pericolante e ora è abitato. E un uomo suda sudore e anticriptogamici su un orto metropolitano d’una collina qualunque d’un qualunque puntino abitato percepibile dal satellite che secondo le catene dei cellulari fotografa le candeline dopo l’11 settembre, qualunque, 2001.
Anna coi capelli raccolti calpesta, forse, ogni tanto quella campagna. Magari invece con Valerio non ci parla mai. Sempre lì. Sempre a due passi, tre proprietà, dozzine d’esistenze.
Una rete messa “tanto per” che poi è più una maledizione le mille volte che la si scavalca con il costume da bagno sotto i pantaloncini per giocare a bagnarsi con la pompa. Quando ancora una frase come questa non avrebbe attirato maliziosi sorrisi. Un tuffo di nostalgia. In un giorno qualunque per un altro giorno qualunque. L’idea di aver perso mille cose guadagnandone mille d’un bilancio che è la vita che è sempre incerto e provvisorio. Una scelta che ne esclude mille, imponendone mille altre. L’unica certezza. Di non sapere mai chiaramente se hai scelto bene o se hai scelto male. Perché il tempo non concede di riprovare. Anna scompare dalla vista del mio terrazzo. I canarini messi lì non mangeranno piante che li possano ammazzare. Le vespe non osano più da queste parti, mentre un giorno qualunque di qualche anno fa erano ricacciate via da eroici pompieri in tenuta anti-sommossa. Nel cortile delle estati passate l’erba cresce verde tanto che ormai non la calpesta più nessuno, e non odora più come una volta. Le mie magliette restano del loro colore tutta l’estate. Giocare a nascondino da più soddisfazione di un 30 in storia dell’Arte. Adesso. Il solito albero copre di professione la vista su Miramare. Di fronte alla torre Eiffel continua a svettare tour Montparnasse e in lontananza si scorge il Sacro Cuore. Dietro a una tamerice e altre fronde dovrebbe esserci un tavolino dove ad Anna avevano sistemato, in un altro giorno qualunque, un’altalena. Ma su questo ho meno certezze. Gli scoiattoli non si vedono più da queste parti. L’ultimo l’ho visto al palazzo d’Estate a Vienna. Ti sporgi tanto in là, vai così lontano, e poi ti accorgi che da tanto vicino non trovi la strada. Finisci a perderti in ricercarti la vetrina migliore. In vetrina, qui, non mi ci metterò più. Quella dell’ottica Vicky, all’angolo di Via Rossetti, resiste ancora, illuminata anche il sabato sera. C’avrà fatto caso, passando, Anna?